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L'architetto Rodolfo Dalla Mora

Rodolfo Dalla Mora, l’Architetto che ha reinventato la figura del Disability Manager: «Inclusione significa creare pari opportunità per tutti, non progettare stanze speciali per pochi»

Pubblicato il 4 Dicembre 2025

Il Disability Management sta cambiando volto: da ruolo tecnico a competenza multidisciplinare capace di trasformare ambienti, servizi e cultura. L’Architetto Rodolfo Dalla Mora, creatore in Italia della figura del Disability Manager, racconta come si è evoluta questa professione e quali sfide attendono il futuro dell’inclusione

La figura del Disability Manager, in Italia, porta un nome preciso: quello di Rodolfo Dalla Mora. Architetto, ricercatore, attivista, presidente fondatore di SIDiMa e voce autorevole sulla cultura dell’inclusione, Dalla Mora non si è limitato a introdurre nel nostro Paese una professione inesistente: l’ha ripensata, ampliata, resa multidisciplinare. Oggi il Disability Manager non è più solo un tecnico dell’inserimento lavorativo, come avveniva in Canada, o una figura legale-assicurativa, come in Germania: è un facilitatore di autonomia, un professionista capace di muoversi tra ospedali, enti locali, musei, scuole, progettazione, mobilità e comunicazione, incidendo nella vita quotidiana delle persone e nella cultura collettiva.

Autore di numerosi articoli e del Manifesto del Disability Manager, Dalla Mora dal 2022 dirige anche la collana editoriale «Per una nuova cultura della disabilità» (Il prato edizioni), dove ha pubblicato i Quaderni, che oggi rappresentano un punto di riferimento per chi si occupa di accessibilità e progettazione universale. Dopo i primi volumi dedicati alla storia, alla linguistica e all’equazione delle 4 A (Autonomia, Accessibilità, Ausili, Assistenza), a inizio 2026 uscirà il quinto Quaderno, dedicato agli accomodamenti ragionevoli.

Per capire come è cambiata – e dove sta andando – la figura del Disability Manager, lo abbiamo intervistato.

L'Architetto Rodolfo Dalla Mora, ricercatore, attivista e creatore della figura del Disability Manager in Italia.

L’Architetto Rodolfo Dalla Mora, ricercatore, attivista e creatore della figura del Disability Manager in Italia.

Architetto Dalla Mora, come sta?
«Sto bene, anche se sono letteralmente travolto dagli eventi. Ci sono cose che non possono più aspettare: la società sta cambiando, e la figura del Disability Manager deve evolvere con la stessa velocità».

Lei è stato il primo a «importare» questa figura in Italia. Come è nata la sua visione?
«All’estero il Disability Manager esisteva, ma in forme molto limitate: in Canada era focalizzato sull’inserimento lavorativo, in Germania sulla tutela legale-assicurativa. Io ho sentito la necessità di creare una figura multidisciplinare, capace di operare nei musei, negli ospedali, negli enti locali, nel turismo, nelle scuole… Ovunque ci siano barriere – fisiche, comunicative o culturali».

Che cos’è, allora, un Disability Manager oggi?
«Un facilitatore, una persona che permette a chi ha una disabilità di vivere una vita il più possibile autonoma. Non si parla solo di lavoro: si parla di mobilità, servizi, comunicazione, progettazione universale. È un ruolo che richiede visione, creatività, pensiero laterale. Non basta compilare moduli: bisogna creare».

Lei parla spesso dell’importanza dell’ambiente. Perché?
«Perché l’ambiente determina la vita di una persona con disabilità. Prenda due gemelli: stessa condizione, stessa patologia. Uno vive al piano terra senza barriere, l’altro al primo piano senza ascensore. Il primo è libero, l’altro è prigioniero. La disabilità non è solo nella persona: è nel contesto».

Negli anni è cambiato anche il linguaggio. Quanto pesa?
«Tantissimo. Fino a fine Novecento si parlava di mutilati, invalidi, menomati. Negli anni Sessanta e Settanta di handicappati. Negli anni Ottanta di diversamente abili. Oggi diciamo persone con disabilità, e questa scelta mette al centro l’essere umano, non la sua condizione. Il linguaggio costruisce la cultura. E la cultura cambia la qualità della vita».

È per questo che la progettazione oggi non è più «per disabili», ma universale?
«Esatto. Fino a vent’anni fa si facevano bagni “per disabili”, separati. Oggi un ambiente dev’essere per tutti: una madre con passeggino, un anziano che fatica a deambulare, un bambino, una persona con disabilità. Inclusione significa creare pari opportunità per tutti, non progettare stanze speciali per pochi».

Lei vive una disabilità motoria progressiva. Quanto ha inciso nel suo lavoro?
«Sono nato con questa disabilità. Sono in carrozzina da ventun anni. La mia vita è un adattamento continuo. Mi dico sempre: se avessi avuto, da ragazzo, ciò che oggi contribuisco a creare, sarebbe stato un paradiso. Ma questa esperienza mi ha insegnato a guardare oltre la mia condizione: alle volte devo ricordarmi io stesso di avere una carrozzina».

Da dove nasce l’idea dei suoi «Quaderni»?
«Dal mio modo di lavorare. Io ho sempre preso appunti, per me e per gli altri. Li ho chiamati Quaderni perché sono strumenti pratici, immediati, utili. Servono a dare risposte concrete a chi cerca soluzioni reali. E il prossimo, quello sugli accomodamenti ragionevoli, uscirà a inizio 2026».

Collana dei libri "Per una Nuova Cultura della Disabilità".

Collana dei libri “Per una Nuova Cultura della Disabilità”.

Lei lavora sia in ospedale sia per il Comune di Treviso. Come cambia il suo ruolo nei due contesti?
«In ospedale lavoro in modo tailor made, persona per persona. Per il Comune, invece, progetto strategie comunitarie: spazi pubblici, musei, scuole. Ogni quindici giorni ci riuniamo – io e altri rappresentanti delle Istituzioni locali, come INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate… – nel Tavolo permanente della disabilità per costruire soluzioni condivise. È un lavoro molto diverso, ma entrambe le dimensioni sono necessarie».

Dal 2011 forma nuovi Disability Manager. Che cosa serve davvero per diventare uno di loro?
«Creatività, visione, curiosità, capacità di ascolto. E soprattutto tempo: bisogna saperlo “perdere” per osservare, capire, comprendere. Non è un lavoro burocratico, è un lavoro generativo. E poi servono competenze: non basta avere una disabilità per essere Disability Manager. È una professionalità, non una missione caritatevole».

La sua storia all’Ospedale di Motta di Livenza è unica. Com’è cominciata?
«Da un letto. Nel 2003 caddi e mi fratturai il cotile dell’anca: rimasi immobile due mesi. Guardavo i pazienti dimessi senza risposte su come affrontare la vita a casa. Così, da allettato, iniziai a dare consulenze spontanee. Poi il servizio è stato riconosciuto, strutturato, e oggi sono dirigente. La mia esperienza personale è diventata un servizio per gli altri».

Dove sta andando, secondo lei, questa professione?
«Verso una specializzazione sempre più alta. Il Disability Manager sarà presente in tutti gli ambiti: comunicazione, mobilità, servizi, progettazione, sanità, enti locali, cultura. È una figura che la società non può più permettersi di ignorare».

Lei si definisce una persona laica. Crede in qualcosa?
«Sì, mi considero profondamente laico. A volte devo ricordarmi persino di avere una carrozzina, perché non penso mai alla mia vita partendo da lì. Credo nell’essere umano, nella sua essenza e nella sua evoluzione. Credo nella capacità delle persone di trasformarsi, di adattarsi, di crescere. Io dico sempre che voglio portare le persone “dall’essenza all’esistenza”. Se credo in qualcosa, è in questo movimento interiore, continuo, che ci rende umani».

Che cosa vuole lasciare a chi verrà?
«Sa, non credo di aver avuto una missione: ho visto un bisogno e l’ho colmato con sensibilità e competenze. Se lascio qualcosa, è questo: un lavoro fatto con passione e compassione e una strada tracciata per chi verrà dopo. Ecco, sì, voglio lasciare due linee parallele che corrono verso l’infinito: le impronte delle mie ruote».

Intervista di Francesca Favotto su Vanity Fair

Fonte: Rodolfo Dalla Mora, l’Architetto che ha reinventato la figura del Disability Manager: «Inclusione significa creare pari opportunità per tutti, non progettare stanze speciali per pochi» | Vanity Fair Italia

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